Seleziona una pagina

Il dialogo nasce dalla primaria necessità dell’uomo di comunicare, ma soprattutto di condividere.
Condividere esperienze, idee, sentimenti, scoperte, soluzioni, affetti, bisogni e sogni. Una necessità via via più complessa che si è spostata dal piano puramente materiale a quello più articolato delle idee e della elaborazione di queste da un punto di vista scientifico, religioso, letterario, filosofico etc.

Oggi il concetto di dialogo lo troviamo spesso associato alle parole interculturale, educativo, ecumenico o interreligioso, filosofico. Ma anche nel rapporto fra i cittadini e le istituzioni (dialogo politico, dialogo con la pubblica amministrazione). Viviamo quindi in una società complessa che utilizza mezzi di comunicazione sempre più interattivi, veloci ed immediati, ma il rapporto fra cittadini ed istituzioni si muove su piani diversi. Le città si avviano ad essere concepite in funzione di questa sempre maggiore esigenza di una comunicazione continua, di una connessione perpetua alle notizie. Internet ed il salotto di casa sono le nuove agorà pubbliche, la piazza si è spostata nel tinello della cucina.

Ma in tutto questo è migliorata la nostra capacità di comunicare? La politica, la pubblica amministrazione, le diverse organizzazioni, riescono a farsi tramite dei mutamenti politici, economici, sociali che avvengono intorno a noi e al di fuori dei nostri confini? I segnali che riceviamo leggendo i giornali sembrano darci una risposta negativa. Notizie frammentate spesso incomplete, politici che per convenienza sfruttano questa confusione, pubblica amministrazione a volte incapace di informare i cittadini sulle decisioni prese. Si genera così il paradosso che mentre aumenta la capacità dei cittadini di accedere alle informazioni, aumenta anche la confusione. Perché nell’agorà digitale puoi trovare tutto ed il contrario di tutto. Questo è dovuto in larga parte alla mancanza non tanto di comunicazione e di informazioni, quanto alla mancanza di dialogo. Perché ci sia dialogo è necessario che ci sia un confronto aperto, che chi comunica sia in sintonia con l’altro, ci vuole una predisposizione ad accogliere. Senza questa predisposizione non ci sarà mai un dialogo, uno scambio, ma una semplice comunicazione.

Saper ascoltare significa predisporsi all’ascolto, questo è l’elemento fondamentale affinché il dialogo e lo scambio avvenga in maniera proficua. Ma per saper ascoltare occorre conoscere il linguaggio dell’altro, non solo da un punto di vista linguistico ma anche e soprattutto culturale. Capirei ben poco di certe affermazioni se non conoscessi non solo la lingua ma anche la provenienza, la storia, la cultura ed il vissuto della persona che mi sta di fronte.
Quando l’uomo non vuole dialogare crea sovrastrutture linguistiche, antepone regole, utilizza un linguaggio spesso complesso, determina tempi, modi e luoghi della comunicazione, condizionando il dialogo e rendendolo fragile e poco utile se lo scopo che ci vogliamo prefiggere è quello della condivisione. Spesso un esempio di quest’atteggiamento così ostico lo troviamo nel linguaggio della burocrazia, dove attraverso regolamenti, circolari, leggi, e l’utilizzo di un linguaggio volutamente ambiguo, si possono creare barriere che impediscono un accesso alle informazioni più semplice e diretto. Anche la politica ha fatto un uso del linguaggio talvolta criptico ed articolato riducendo la capacità di creare un ascolto condiviso. In questo senso il dialogo interculturale rappresenta una delle sfide maggiori per lo sviluppo di una nuova cittadinanza plurale e democratica, sia Italia che in Europa.

Il paradigma dei diritti umani si propone quale codice di simboli di comunicazione transculturale che facilita il passaggio dalla fase, potenzialmente conflittuale, della multiculturalità allo stadio dialogico della interculturalità. Il dialogo interculturale ha senso nella misura in cui porti, oltre che a condividere valori, anche a tradurli in un “fare insieme” per la costruzione della città inclusiva e di un ordine mondiale più giusto, democratico e pacifico. Il tema del dialogo interculturale tocca molti aspetti e problemi delle nostra società.
Il dialogo rappresenta quindi un elemento fondamentale della crescita del nostro Paese: educare al dialogo significa predisporre i nostri figli all’ascolto, significa educare all’altro, accettarlo come portatore di diversità, fare nostre queste diversità e accoglierle in un confronto che sia costruttivo, di scambio e di accettazione reciproca.

Per chi come me lavora quotidianamente nel campo dell’immigrazione, l’importanza del dialogo riveste un ruolo fondamentale, non solo nel momento dell’accoglienza di persone che fuggono da conflitti, ma soprattutto nell’agire quotidiano, nello spiegare e dare le giuste e corrette informazioni, ma cosa più importante nel far conoscere l’altro, perché spesso i pregiudizi veicolati da una cattiva informazione si antepongono alla conoscenza della persona. Il progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) “Emilio Lussu” della Provincia di Cagliari e gestito dalla Comunità La Collina, ha come obiettivo non solo quello di accogliere richiedenti protezione internazionale ma anche di informare, sensibilizzare i cittadini e le istituzioni su tematiche come il diritto d’asilo. Per farlo è necessario creare un clima che predisponga all’ascolto.
Se si riuscisse a lavorare in tal senso, nel rispetto delle diversità, attraverso l’interazione, il dialogo e la condivisione, avremmo quella città inclusiva che l’Europa ci chiede.

Una città accogliente è una città che sa ascoltare.

Diego Serra, Sociologo e Operatore nel Progetto SPRAR “Emilio Lussu” Comunità La Collina
Foto di Carlo Modoni e Cristiano Corti