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Si dice che gli esquimesi abbiano 99 parole diverse per indicare la neve. Tale ricchezza di termini sembra necessaria in un mondo in cui la sopravvivenza dipende strettamente dal rapporto con un ambiente esterno molto critico. Fatti i dovuti parallelismi, possiamo chiederci se avere una sola parola per indicare il concetto di innovazione sia segno di una realtà poco critica e complessa rispetto alle esigenze di evoluzione tecnologica, industriale e sociale del nostro tempo.

1Cosa definisce un’innovazione? Da un lato, sicuramente, l’innovazione è legata al concetto di creatività: può consistere nel trovare un modo nuovo per risolvere un problema esistente o una nuova applicazione per qualcosa che già esiste, e rispondere, perciò, a un bisogno nuovo. Ma l’innovazione ha bisogno del terreno fertile di un adeguato patrimonio di conoscenze: è frutto anche di una specifica cultura. Cultura e creatività sembrano dunque essere due ingredienti fondamentali. A sua volta, la creatività è un concetto generico e multiforme, ma molto legato alle caratteristiche del singolo individuo. Sono senz’altro creativi l’artista e lo scienziato. Tuttavia, l’innovazione è qualcosa che travalica l’individuo e diventa patrimonio della società, qualcosa che prima non c’era e della quale riesce, d’un tratto, difficile fare a meno.

Penso che ognuno di noi abbia in mente uno o più esempi. Prendiamo il telefono cellulare: è un’innovazione tecnologica rispondente al bisogno di poter essere rintracciabili ovunque. La tecnologia è arrivata e alla portata di tutti solo 20-30 anni fa, ma il bisogno che l’ha generata era ben definito da molto tempo prima. Diverso è il caso di tutte le funzioni “altre rispetto alla comunicazione” che il telefono cellulare possiede oggi che è diventato “smart”. Quanti, 20 anni fa, avrebbero pensato che sarebbe stato utile avere una macchina fotografica integrata nel cellulare? O un accelerometro? O le innumerevoli app che sfruttano le tecnologie incluse nel cellulare per fare altro rispetto alla semplice comunicazione audio?

Tutti questi sono esempi di innovazioni in cui la tecnologia è arrivata ancora prima del bisogno, lo ha anzi creato: è chiaro che in questo caso la tecnologia da sola non sarebbe bastata a generare l’innovazione. Questo mi pare un buon esempio del fatto che l’innovazione nasce dove c’è una contaminazione di creatività e di culture. 2La cultura tecnica, quella scientifica, quella umanistica, quella economica da sole sono in grado di affrontare ciascuna solo un lato del problema. Ma i problemi di oggi sono complessi, e richiedono la capacità di affrontare diversi aspetti in modo integrato: perciò, solo facendo dialogare tra loro culture e talenti diversi la complessità del problema può essere affrontata e risolta in modo creativo e, finalmente, innovativo e dirompente, generando prodotti, processi o servizi che ci fanno pensare “ma come facevamo quando non esisteva?”.

Perciò, contaminazione, creatività, complessità, cultura, mi paiono parole chiave che non possono non entrare nella definizione di innovazione.

Aggiungerei anche bisogni, intesi come le esigenze dell’utente che è al centro dei processi di innovazione, che devono essere attentamente analizzate, e possibilmente anticipate.

Poiché il futuro prossimo si chiama “internet delle cose”, possiamo aspettarci nei prossimi anni molte innovazioni di questo tipo: oggetti della vita quotidiana la cui funzione sarà amplificata dall’essere connessi tra loro e all’utente e, perciò, in grado di generare una miriade di informazioni utilizzabili in un modo che ancora non conosciamo, capaci perciò di ispirare a loro volta altre innovazioni. La tecnologia per questo nuovo salto nel cammino delle innovazioni e’ già disponibile: basta pensare agli esempi emergenti nel campo della Wearable Electronics, in cui molte funzioni e dispositivi elettronici oggi realizzati in forma di oggetti a sé stanti diventano parte di ciò che indossiamo e ci monitorano o ci aiutano nella realtà quotidiana. Un’altra parola chiave che userei quindi nella definizione di innovazione è connessione.

3La connessione globale tra individui e oggetti, anch’essa generata a partire da un’innovazione che potremmo definire “puramente tecnologica”, ha generato la vera rivoluzione dei nostri tempi: la possibilità di mettere in rete il pensiero di molti, di passare dall’intelligenza e dalla creatività dei singoli a quella collettiva. Questo processo ha creato delle nuove sinapsi tra i “nodi” della conoscenza (gli individui), chiaramente amplificando la velocità del cambiamento, rendendola esponenziale, e ha generato quella che noi chiamiamo innovazione nel senso più ampio, che si declina in una realtà complessa, fatta di prodotti, processi e servizi in continua evoluzione, alla cui definizione i cittadini possono partecipare in prima persona. Tutto questo non significa sopprimere l’importanza della cultura specialistica, ma pensare in una prospettiva più ampia, di integrazione dei saperi (degli esperti) coi bisogni (degli utenti).

E dunque anche integrazione entra nel novero delle parole che possono essere utilizzate per definire l’innovazione.

In conclusione, non siamo arrivati a 99, ma certamente nel nostro tentativo di caratterizzare un concetto semplice, ma ancora un po’ ambiguo, abbiamo individuato una varietà di suggestioni  che contribuiscono alla sua definizione. Poiché la realtà è complessa, e noi umani siamo da sempre impegnati a comprenderla attraverso delle (vane) semplificazioni, c’è da scommettere che potremmo trovare, come gli eschimesi, moltissimi altri termini per declinare un concetto che è sempre più legato all’evoluzione, e dunque, se vogliamo,  alla sopravvivenza della nostra società.

Annalisa Bonifiglio – Prorettore all’Innovazione e Territorio, Università degli Studi di Cagliari @AnnalisaBonfig
Foto di Carlo Modoni e Cristiano Corti

L’Università di Cagliari è partner attivo della seconda edizione di Smart Cityness, attraverso l’affiancamento del laboratorio ColLABora ed il supporto scientifico ai contenuti del festival.