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Questa è l’era della globalizzazione, del consumismo, questa è l’era del digitale.
Non sto qui a dirvi che siamo una società di individui soli, che Internet ci ha reso incapaci di guardarci negli occhi, che ci nascondiamo dietro a uno schermo. Vi dico che Internet ha influito sulla nostra conoscenza, sulla nostra capacità di espressione di sé, di interazione con gli altri, di confronto. In questo senso questa è soprattutto l’era della sovracomunicazione: ognuno di noi, ogni giorno è sotto il tiro incrociato e continuo di una quantità enorme di informazioni, sui contenuti più disparati, emesse da chiunque, attraverso una varietà caotica di canali comunicativi e linguaggi impiegati. Internet agisce quindi a livello di quantità e velocità di trasmissione dei dati; spetta a noi utenti agire a livello di qualità ed efficacia della comunicazione. Dimenticandoci dell’importanza di questo nostro personale intervento nei flussi di comunicazione, ci creiamo illusioni e false aspettative.

La facilità di comunicare definita dalle infinite possibilità della rete, ci ha illuso che il nostro messaggio sia immediato non solo nella diffusione ma anche nella comprensione da parte di chi lo riceve. E ancora peggio ci siamo illusi che, avendo potenzialmente la capacità di arrivare a tutti, il nostro messaggio arrivi realmente a tutti. E poco importa se sia spedito senza un destinatario specifico, perché crediamo che abbia il potere di venir  percepito dal singolo ricevente alla stessa stregua di un messaggio privato. Ci siamo abituati a comunicare senza sapere chi e come recepirà il nostro messaggio. E senza che ciò rappresenti più un problema.

Ma ci sono occasioni in cui sapere chi e come recepisce il messaggio diventa determinante per procedere: quando dobbiamo collaborare. Quando lo scambio di opinioni non è solo immediato ma anche ripetuto e volto ad arrivare ad una decisione comune. Quando ci rendiamo conto che per collaborare con qualcuno, per lavorare con gli altri, per gestire una squadra, serve una comunicazione interattiva e orientata ad uno scopo, quello di comprendersi reciprocamente su un terreno comune: questo è ciò che io chiamo appunto dialogo.

In questo senso, la comunicazione è il presupposto del dialogo e non coincide con esso.
Quando si dialoga, si comunica in molte forme e in maniera reiterata, ma per arrivare ad un certo punto, qualsiasi sia, insieme. La comunicazione non è di per sé un’azione collettiva, il dialogo presuppone sempre l’esistenza e l’importanza dell’Altro: perciò quando si lavora insieme ad un Altro, quando si collabora, non si comunica e basta, si dialoga.

Non vi dirò quanto sia costruttivo, stimolante, edificante dialogare con gli altri. Né che il dialogo definisce la comunità e lo sviluppo individuale e umano. Non ho bisogno di spiegare che il dialogo sta alla base di qualsiasi relazione interpersonale ben riuscita, ci sono i terapisti per questo. Io vi dirò che dialogare è la cosa più difficile che ho dovuto fare nel mio lavoro in primis, e nella vita in generale poi. Cercare di dialogare ed esercitarsi a farlo è estenuante, impegnativo, stressante. Ma vi dico anche che dialogare è necessario. Presuppone pazienza, empatia, diplomazia, fermezza, trasparenza ed elasticità mentale e chissà quante altre capacità che dovrete migliorare ed esercitare. Non è difficile lavorare in team, è difficile iniziare a dialogare e mantenere questa speciale comunicazione viva e fruttuosa durante il lavoro. La collaborazione va da sé.

E allora vi lancio una sfida. La lancio a chi non si è mai trovato a collaborare e anche a chi sa farlo benissimo, perché sa anche che ogni nuova collaborazione è una nuova sfida in sé. La sfida è il nostro laboratorio ColLABora che anche quest’anno vi aspetta a Smart Cityness.
ColLABora, il nostro esperimento di partecipazione attiva, chiamerà i cittadini a lavorare in team per un progetto comune.
ColLABora vi sfiderà a sperimentare il dialogo.

Siete pronti?

 

Federica Lai, Responsabile ColLABora e Segreteria
Foto di Roberto Montis